Clarksdale, la capitale del Blues

Clarksdale, la capitale del Blues

Clarksdale

Situata tra il Mississippi River e le leggendarie highways 49 e 61. Incrocio noto come “Devil’s Crossroad” (nella foto sopra), dove si narra che Robert Johnson abbia stretto l’accordo con “lo’mperador del doloroso regno”: il blues in cambio della propria anima.

È da qui che vengono Muddy Waters e John Lee Hooker… cosa aggiungere? Più blues di così non si può. Potrei dilungarmi sulla lista delle leggende del panorama blues, molte dei quali hanno un posto riservato al Delta Blues Museum, un paradiso per gli amanti del genere. Qui, ad esempio è possibile ammirare Lucille la mitica chitarra di B.B. King.

Anche per questa tappa le aspettative sono piuttosto alte, consapevole forse, di trovarmi di fronte a tutt’altra parte di America immaginata nella mia testa. Si, forse il tipico disagio, di chi ha visto troppi film americani ma non abbastanza America.

Proveremo, se possibile a soggiornare allo Shack Up Inn, posto unico nel suo genere. Difficile da descrivere, sono edifici di un tempo passato, rigorosamente in legno, in mezzo alle piantagioni di cotone. Lusso e comodità restano fuori, lontane. Qui si respira Blues, i tramonti sul delta, il “black style”.

Uno scorcio dello Shack Up Inn, dove proveremo a dormire a Clarksdale

Clarksdale, è decisamente fuori dalle cartine turistiche, se non per gli amanti di musica come noi. Un piccolo paese, dove le “roots” sono profonde.

Il Lewis Ranch

Great Balls of Fire. Abbiamo grandi aspettative per questa tappa. Siamo Nesbit, a poche miglia da Memphis. Immersi nel verde delle campagne del Mississippi troveremo il The Lewis Ranch. Dimora di Jerry Lee Lewis, figlio selvaggio del rock n’ roll, miscela esplosiva senza freni, tra genio e sregolatezza. Miscelando rhythm & blues e boogie-woogie coniò uno stile
personalissimo che avrebbe fatto la storia del rock’n’roll.

Il Lewis Ranch, residenza di Jerry Lee Lewis

A differenza di molti altri suoi contemporanei, Jerry Lee, si presentava alla folla, accompagnato dal suo inseparabile pianoforte. Lo suonava con straordinaria velocità e follia tali da sembrare
posseduto. Durante le performance si lasciava trasportare da quell’energia ribelle e libidinosa che il rock’n’roll gli trasmetteva come nessun altro musicista bianco prima. Ciò gli era valso il soprannome di “killer”. Era un bianco “nero” per il suo atteggiamento selvaggio ma soprattutto per il suo modo di suonare martellante, essenziale, indemoniato. È stato, ed è tutt’ora, il simbolo
del rock’n’roll più selvaggio e infernale.

Da qualche tempo il Ranch è aperto al pubblico, con il figlio che spesso guida i “pellegrini” in cerca del mito assoluto di JLL, nelle sue stanze, davanti ai suoi pianoforti leggendari. Qualcuno, molto fortunato, ha avuto l’occasione per fotografarsi con il Maestro. Chissà che non tocchi anche a noi? Sarebbe il top. A presto “Killer”.

Buona vita.

Michele Cecchinelli

Pontederese classe '80. Trasferito a Firenze per seguire gli studi artistici. A Milano ho trovato una moglie siciliana. Da qualche anno adottato a Cascina (PI) in una dimensione piacevolmente bucolica. Musicomane per tradizione familiare, ho i cromosomi del viaggiatore "zaino a spalla".

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